IL 2025 ERA UN FUTURO LONTANISSIMO: STEPHEN KING E EDGAR WRIGHT PARLANO DI THE RUNNING MAN


Quando Stephen King scrisse The Running Man nel 1982, firmandolo con lo pseudonimo Richard Bachman, il 2025 sembrava un futuro remoto, quasi inimmaginabile. Quarant’anni dopo, quell’anno è arrivato davvero, e con esso anche una nuova trasposizione cinematografica del romanzo, diretta da Edgar Wright. In una conversazione pubblicata dal British Film Institute, i due autori riflettono insieme su quanto la realtà abbia ormai superato la distopia.

King racconta di aver scritto The Running Man in un momento in cui il mercato editoriale chiedeva solo “storie che vendono”, ma nel tentativo di scrivere un’avventura adrenalinica ha finito per creare un mondo spaventosamente plausibile, dominato dai media e da un intrattenimento che si nutre della sofferenza altrui. “2025 sembrava così lontano che non riuscivo nemmeno a immaginarlo”, confessa, quasi incredulo di trovarsi oggi in un’epoca dove la finzione che aveva concepito è diventata cronaca. Il romanzo, ambientato in un futuro dove i poveri si offrono volontari per morire in diretta televisiva in cambio di denaro, era nato come semplice esercizio di genere; oggi suona come un avvertimento.

Edgar Wright, regista britannico noto per il suo sguardo ironico e cinefilo, ha scelto di adattare la storia senza specificare l’anno in cui si svolge. “Con le distopie datate si rischia sempre che il futuro ti raggiunga troppo presto”, osserva. Il film, dice, vuole essere meno legato alla cronologia e più universale nel suo messaggio: non si tratta solo di uno show mortale, ma di una società che trasforma tutto in spettacolo, dalla paura alla compassione. King ascolta e annuisce: “Edgar è il mio angelo per questa versione”, dice, lasciando intendere una piena fiducia nel regista e nella sua visione.

Uno dei punti più interessanti della loro conversazione è il confronto fra l’immaginario degli anni Ottanta e il nostro presente. King e Wright parlano di come molte delle tecnologie e delle manipolazioni descritte nel libro siano ormai parte della quotidianità: dai reality show che costruiscono “il cattivo” in montaggio, al bombardamento costante di immagini e notizie che plasmano la percezione pubblica. Wright cita il termine “villain edit”, usato nei reality per descrivere la narrazione artificiale che trasforma un concorrente in antagonista. King, con la consueta ironia, commenta: “La vera domanda è: cosa stai guardando? E cosa sta guardando te?”. Un gioco di specchi che racchiude tutto il senso del suo romanzo.

Per entrambi, il genere — che sia horror, fantascienza o distopia — resta un modo per affrontare la realtà attraverso la metafora. Wright lo definisce un “cavallo di Troia” capace di introdurre riflessioni scomode in un contesto di puro intrattenimento. King concorda: The Running Man può sembrare solo un racconto di fuga e sopravvivenza, ma in realtà ci invita a interrogarci su come i media plasmino la nostra visione del mondo. “Non fidarti, guarda cosa stanno facendo a te — e per cosa ti stanno preparando”, dice, riassumendo in poche parole il cuore del libro.

La scelta del protagonista nel film è un altro segnale di questa intenzione. Wright spiega di aver voluto un attore come Glen Powell, capace di incarnare la vulnerabilità più che la forza. “Non un supereroe, ma un uomo normale che può davvero perdere.” È un modo per riportare la storia alla sua dimensione umana, lontana dal tono ipertrofico dell’adattamento del 1987 con Arnold Schwarzenegger, che King stesso non aveva mai amato.

C’è una sorta di destino ironico nel fatto che il film arrivi proprio nel 2025, l’anno in cui il romanzo era ambientato. King lo definisce “una coincidenza selvaggia”, un cortocircuito temporale che chiude il cerchio tra fantasia e realtà. Quello che quarant’anni fa sembrava impossibile — un mondo governato dallo spettacolo, dalla manipolazione e dalla sorveglianza — oggi appare fin troppo familiare. Forse, come suggerisce Wright, The Running Man non parla più del futuro, ma del nostro presente.

Alla fine della conversazione, ciò che resta non è solo l’attesa per il film, ma la consapevolezza che la distopia di King è diventata un linguaggio del quotidiano. Viviamo immersi in uno spettacolo continuo, tra feed social, notizie costruite e immagini che cercano la nostra attenzione. Guardiamo, ma siamo anche guardati. E allora la domanda di King risuona più che mai attuale: chi corre davvero, oggi? E soprattutto, per cosa?



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