L'INFANZIA E LA PAURA NELLE OPERE DI STEPHEN KING
L’infanzia, nei romanzi di Stephen King, è un luogo dell’anima. Non è solo un’età biologica, ma uno spazio sospeso in cui la meraviglia e la paura convivono, in cui l’amicizia può essere un’armatura e l’immaginazione un’arma contro il male. King non la racconta mai come un paradiso incontaminato: i suoi bambini sono immersi in un mondo in cui la crudeltà, l’abbandono e il pericolo sono reali, tanto quanto le creature mostruose che infestano le sue pagine. Questa duplicità — il quotidiano e il soprannaturale che si specchiano l’uno nell’altro — è il cuore del suo modo di narrare l’infanzia.
Forse l’esempio più emblematico è It, la storia di sette ragazzini di Derry, nel Maine, che durante un’estate degli anni ’50 affrontano un’entità antica e mutaforma che si nutre della paura. Qui l’infanzia è un patto di sangue, letterale e simbolico: Bill, Beverly, Ben e gli altri si uniscono perché sanno che da soli sarebbero persi. Ma ciò che li rende vulnerabili alla creatura non è soltanto la loro età: è il fatto che gli adulti attorno a loro ignorano, minimizzano o addirittura proteggono il male. In questo, King mostra uno dei suoi temi più ricorrenti: l’incapacità del mondo adulto di vedere ciò che i bambini vedono, sia esso un clown nelle fogne o l’orrore dell’abuso domestico.
Un'immagine tratta dal film IT dei membri del club dei perdenti protagonisti dell'omonimo romanzo
Un’altra pietra miliare nella rappresentazione dell’infanzia è “Il corpo” (da cui il film Stand by Me). Qui non ci sono mostri soprannaturali, ma l’avventura di quattro amici dodicenni in cerca di un cadavere diventa un viaggio iniziatico. L’infanzia è il tempo delle prime grandi domande — sul senso della morte, sull’ingiustizia della vita, sulla paura di crescere — e King le affronta senza filtri. Gordie, il narratore, racconta quell’estate con una nostalgia dolceamara, consapevole che la fine del viaggio segnerà anche la fine di un’epoca in cui l’amicizia era totale e priva di compromessi.
King non si limita a raccontare bambini buoni o vittime: li mostra anche nella loro crudeltà, nella capacità di infliggere dolore agli altri. In Carrie, la protagonista è un’adolescente bullizzata senza pietà dai suoi compagni di scuola, e la violenza che subisce non è diversa, per intensità, da quella inflitta dal mostro di It. Qui il male è interamente umano, e forse ancora più disturbante. Allo stesso modo, in Cujo, il dramma di una madre e di suo figlio intrappolati in un’auto assediata da un cane rabbioso è amplificato dal punto di vista del piccolo Tad, le cui paure infantili si mescolano all’orrore reale dell’assedio.
Tad il piccolo protagonista di CujoL’infanzia nei romanzi di King è anche un laboratorio di coraggio. Bambini e ragazzi affrontano situazioni che metterebbero in ginocchio un adulto, e lo fanno con una miscela di incoscienza e determinazione che spesso salva loro la vita. In Il talismano, Jack Sawyer attraversa mondi paralleli per salvare la madre malata; in Shining, il piccolo Danny Torrance lotta per sopravvivere all’Overlook Hotel e al padre posseduto, usando il dono della “luccicanza” come un faro nella tempesta. In entrambi i casi, il potere più grande non è soprannaturale, ma la capacità di credere in se stessi e di resistere.
Eppure, per King, crescere significa quasi sempre perdere qualcosa di prezioso. L’amicizia dei “Perdenti” in It si dissolve con l’arrivo dell’età adulta, proprio come i legami di Gordie e dei suoi amici in Il corpo. L’infanzia non è eterna: resta in noi sotto forma di ricordo, a volte come rifugio, altre come ferita. È questo che rende le sue storie così potenti: chiunque le legga può riconoscersi, non solo nelle paure e nelle avventure, ma nel momento esatto in cui ha capito che non sarebbe più tornato indietro.
C’è una vena di malinconia che attraversa tutta la sua narrativa infantile. Non è la malinconia zuccherosa del rimpianto, ma quella consapevole di chi sa che il bambino che eravamo non se n’è mai andato del tutto. Vive in un angolo della mente, pronto a riemergere in sogni, ricordi, odori, oppure nelle reazioni istintive a una paura improvvisa. È questo bambino interiore che ci accompagna nella lettura, che ci fa tremare davanti a un’ombra in cantina o sorridere al ricordo di un’estate senza fine.
Danny Torrance in una scena di Shining di Stanley Kubrick
Leggere Stephen King, in fondo, significa riaprire la porta di quell’età sospesa. Significa ritrovare il coraggio ingenuo di affrontare l’ignoto, la magia di un’amicizia totale, la vertigine di credere che dietro una siepe, in una fogna o tra le pieghe del buio possa nascondersi qualunque cosa. E significa accettare che, anche quando siamo diventati adulti, continuiamo a camminare mano nella mano con il bambino che siamo stati — a volte per proteggerlo, a volte per farci proteggere.
E allora, forse, il vero incantesimo dei romanzi di Stephen King è questo: farci tornare, anche solo per la durata di una pagina, lungo quella strada polverosa dell’infanzia, con la bici che cigola, il sole che scivola verso l’orizzonte e la sensazione che dietro ogni curva possa esserci qualcosa di meraviglioso o terribile. Non importa quanti anni abbiamo, quante cicatrici portiamo addosso: nel silenzio della lettura, il bambino che siamo stati torna a camminarci accanto, e ci ricorda che la paura e la bellezza sono sorelle gemelle. E che, a volte, per sopravvivere, basta stringere più forte la sua mano e continuare ad andare avanti, anche se il buio è fitto.
I quattro protagonisti del film Stand By Me tratto dal racconto il corpo







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